Editoriale di Christian Gargiulo

Il consenso politico prevede una lunga lavorazione, composta da una perfetta conciliazione tra il radicamento territoriale e la comunicazione che oggi avviene soprattutto attraverso i social. Gli organi di stampa e le televisioni stanno sempre di più perdendo di credibilità e oggi sono ormai ridotti a palcoscenici di forti liti evocative, tali da cannibalizzare il dibattito pubblico, riducendolo a uno scontro tra tifoserie sterili, incapaci di interpretare la complessità del reale.
Manca ancora un anno alle prossime elezioni nazionali, ma già a partire da queste settimane i partiti stanno definendo gli accordi utili per far sì che il quadro delle alleanze si completi, a prescindere da ciò che prevederà la prossima riforma elettorale. Quest’ultima risulta essere un elemento fondamentale per ogni elezione e diventa il pretesto giusto per introdurre un concetto base maturato sulla base di ciò che l’Italia ha vissuto a partire dal 1994 ad oggi: il nostro Paese è profondamente segnato dall’attrazione verso i populismi.
Iniziamo col diradare una differenza semantica, poiché la tendenza a definirsi o a bollare gli altri come populisti, si fa spesso uso di espedienti puramente demagogici. Demagogia e populismo non sono sinonimi, ma nel laboratorio politico italiano si sono fusi in una lega resistentissima. La demagogia è l’arte di solleticare le pance dei possibili elettori promettendo soluzioni apparentemente facili da applicare ma che richiedono approcci più complessi; il populismo è la pretesa di incarnare la voce legittima di un popolo, contrapposto a un nemico di un determinato schieramento politico e ideologico, oppure a un’élite corrotta. Dal tramonto della Prima Repubblica in poi, questa miscela è diventata la formula chimica del nostro bipolarismo.
Il peccato originale porta in primis la firma di Silvio Berlusconi. Il suo “scendere in campo” nel 1994 è stato l’esordio contemporaneo del populismo della Seconda Repubblica: l’imprenditore di successo che si fa popolo, la fine delle liturgie di partito sostituite dal marketing televisivo, il sorriso plastico offerto a un Paese orfano di certezze dopo Tangentopoli. Un populismo calato dall’alto, paternalista e profondamente mediatico, cavalcato con il modulo urgente e necessario di combattere l’allora sbandierata minaccia comunista. Sono gli anni in cui le promesse – alcune delle quali dichiarate in diretta nei salotti televisivi: si prenda come esempio il famoso “contratto con gli italiani” firmato nel 2001 da Bruno Vespa – diventano elementi di forte caratterizzazione di una classe politica che ha inaugurato una stagione ventennale. Un sistema bipolare, quello berlusconiano, giunto al declino intorno al 2013, quando l’irruzione democratica in parlamento del del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo.
Con il Movimento il populismo è esploso dal basso, nutrito dalla rabbia delle piazze fisiche e virtuali del post-crisi economica. Sono stati gli anni in cui l’establishment, per reagire ad un possibile ribaltamento del potere politico, lo ha subito criminalizzato, bollandolo con lo stigma incancellabile dell’incompetenza, per cui l’accusa nell’etichettare i grillini come populisti veniva declinata soltanto in accezione negativa. In quei cinque anni di legislatura il M5S è riuscito a coltivare un numero di consensi talmente alto da diventare il primo partito d’Italia, con il 33% dei voti nel 2018. Tuttavia, i vincoli della legge elettorale allora vigente, il Rosatellum, non permisero loro di formare un governo autonomo senza il supporto di altre forze politiche. È proprio con la nascita del governo Conte I insieme alla Lega che il M5S perde la sua verginità antisistema, inaugurando una parabola di compromessi istituzionali che ne ha progressivamente sgonfiato la spinta profetica delle origini.
Con l’esaurirsi della prima spinta propulsiva grillina, la fiaccola è passata nelle mani di Matteo Salvini. Il leader leghista ha mutato geneticamente il Carroccio, passando dalla secessione padana alla nazionalizzazione della proposta politica partitica, riassumibile con lo slogan “Prima gli italiani”. È il populismo della perenne campagna elettorale, della ruspa, delle felpe, delle sagre e della divisa, costruito su una polarizzazione ossessiva e chirurgicamente alimentata dall’algoritmo dei social network. L’apice del consenso di salvini avviene grazie ad una trasformazione della paura in pura rendita elettorale. Un testimone poi raccolto, rielaborato e sublimato da Giorgia Meloni, dal fronte del calo repentino della Lega e dell’instabilià politica causata dalla caduta del governo Conte II.
Dopo un passaggio di due anni avuto con Draghi premier, la tappa successiva e attuale rappresenta l’impostazione di un populismo che si è fatto istituzione e struttura di governo. La retorica dell’underdog, della donna del popolo, cresciuta in periferia contro i salotti della sinistra e i tecnocrati di Bruxelles, è servita per ottenere la poltrona massima di Palazzo Chigi. Una volta insediatasi, però, la fiamma identitaria della destra si è dovuta rapidamente scontrare con i rigidi binari della realtà geopolitica ed economica. Per sopravvivere ai tavoli internazionali, Meloni ha dovuto indossare l’abito di un pragmatismo pseudo-rassicante, blindando l’atlantismo, mediando con i rigoristi europei e confermando, nei fatti, le linee di bilancio dei governi precedenti. Meloni è passata dall’esser barricadera e ultra-tradizionalista nei comizi di partito in patria, conservatrice moderata all’estero. Questo sdoppiamento solleva una domanda cruciale sul destino della sua leadership: che fine ha fatto anche la su promessa di stravolgere il Paese, rendendolo protagonista nel panorama europeo e forte nella gestione dei problemi interni? La realtà dimostra che, oltre al fallimento di tutti i propositi – considerando che potrebbe diventare il governo più longevo della stortura, ma anche quello che ha fatto meno riforme, vicino allo zero -, governando non si può essere puramente riformisti o rivoluzionari se si resta schiacciati tra l’esigenza di rassicurare i mercati e la necessità di nutrire la rabbia della propria base elettorale con costanti battaglie ideologiche di distrazione di massa.
Questi presupposti finisco nell’alimentare successive forze politiche, capaci di ripetere gli stessi sprizzi e in alcuni casi gli stessi slogan, ma vantando una verginità politica, poiché non hanno ancora preso parte al governo. Lo scenario che si presenta sulla soglia del primo raccoglimento di consensi per la prossima legislatura si identifica nella figura di Roberto Vannacci. Nel suo caso non c’è più nemmeno la promessa di un riscatto sociale o economico, ma un populismo basato sul “politicamente scorretto” e sul calco di preconcetti visti e rivisti: non a caso l’affermazione di Futuro Nazionale consiste nel sostenere il fallimento dei partiti di centrodestra sull’immigrazione e sulla sicurezza. L’estremizzazione di tale discorso viene elevata a manifesto politico, sintomo evidente di una politica talmente svuotata di visione da doversi aggrappare a provocazioni reazionarie pur di fare rumore e catturare l’attenzione dei media.
Tuttavia, la storia presenta il conto e ci insegna una lezione inesorabile: l’estremismo, alla prova dei fatti, non funziona. Gridare all’opposizione potrebbe far alimentare un consenso rapido, ma la governabilità impone un bagno di realtà che diventa l’elemento essenziale di rottura – e spesso di tradimento – con le promesse elettorali. Quando si occupano le cariche di governo, le coalizioni larghe, per loro stessa natura, annacquano l’azione politica, costringendo i partiti a una logorante mediazione al ribasso in cui il riformismo muore.
L’Italia sembra così condannata a una perenne coazione a ripetere. In un ciclo continuo di innamoramenti fulminei e feroci disincanti, l’elettorato continua a cercare salvatori della patria a cui affidare deleghe in bianco, salvo poi punirli spietatamente non appena la narrazione si infrange contro il muro della realtà istituzionale. Finché non si tornerà ad avere il coraggio della complessità, smettendo di premiare il megafono più rumoroso, la nostra politica resterà intrappolata in una sterile giostra: cambia il populista di turno, ma il Paese continua inesorabilmente a girare a vuoto.