Articolo di Adele Russo

Siddharta e Haruki Murakami appartengono a mondi apparentemente lontanissimi. Il primo è il giovane protagonista del romanzo di Hermann Hesse, pubblicato nel 1922 e ambientato in un’India sospesa tra realtà e metafisica; il secondo è uno scrittore giapponese contemporaneo, nato a Kyoto nel 1949, diventato una delle voci più riconoscibili della letteratura mondiale. Eppure, a unirli è proprio un’inquietudine sottile, difficile da nominare, che ci fa guardare alla nostra vita come se appartenesse per qualche istante a qualcun altro: è da lì che comincia la ricerca di se. Siddharta vuole conoscere il mistero che porta il suo stesso nome. Murakami corre per attraversare il proprio paesaggio interiore. Uno percorre strade, dottrine, fiumi e stagioni della vita; l’altro percorre chilometri, maratone e silenzi. Il primo deve allontanarsi da tutto ciò che conosce per poter tornare a sé; il secondo trasforma la solitudine della corsa in uno spazio necessario per ascoltarsi. Forse è proprio qui che le loro storie si incontrano: la ricerca di se stessi sembra cominciare dalla capacità di stare soli con se stessi. Non come fuga dal mondo, ma come sospensione del rumore che ci impedisce di sentirci. E allora la domanda diventa inevitabile: quanto siamo ancora disposti, oggi, a stare soli abbastanza a lungo da poterci incontrare? «Voglio conoscermi, voglio svelare quel mistero che ha nome Siddharta». È una frase che potrebbe contenere l’intero viaggio del protagonista di Hesse. Siddharta è un giovane brahmino, amato e stimato, ma attraversato da un’insoddisfazione che nessuna certezza riesce a placare. Non gli basta ciò che sa. Non gli basta ciò che gli è stato insegnato. Soprattutto, non gli basta essere ciò che gli altri si aspettano che sia. È questa inquietudine a spingerlo fuori dalla casa paterna e dentro il viaggio. Prima con i Samana, poi verso il Buddha, quindi attraverso l’amore, il denaro, il piacere, la perdita e infine il fiume. Ogni tappa sembra offrirgli una possibile risposta e, subito dopo, rivelargli la propria insufficienza. Siddharta cerca l’Atman, la parte più intima e autentica dell’Io. Ma la sua ricerca non procede per accumulo: procede per sottrazione. Deve liberarsi delle certezze, delle dottrine, persino delle identità che ha costruito lungo il cammino. Presso i Samana impara a svuotarsi, a dominare il corpo, la fame, la sete, il dolore. Ma proprio lì comprende che anche il tentativo di annullare l’Io può diventare una nuova forma di fuga dall’Io: «Tutto questo è fuga di fronte all’Io», riconosce a un certo punto. E così riparte.
Quando incontra il Buddha, Siddharta compie una scelta ancora più radicale: non vuole un’altra dottrina da seguire. Vuole fare esperienza della propria verità. Per questo decide di continuare da solo «raggiungere da solo la mia meta o morire». Il viaggio di Siddharta è dunque anche un esercizio di solitudine. Non perché egli rifiuti gli altri, ma perché comprende che nessuno può vivere al posto suo la propria esperienza. Si possono ascoltare maestri, seguire religioni, amare persone, attraversare mondi; nessuno, però, può consegnarci già pronta la risposta alla domanda su chi siamo: così Siddharta si perde. Si perde nel mondo degli uomini, nel denaro, nei desideri, nella vita materiale. Si perde persino davanti al fiume, quando, ormai svuotato, pensa di abbandonarsi alle sue acque. È proprio lì, però, nel punto più basso del suo smarrimento, che qualcosa si riaccende: l’Om, il suono della perfezione, lo riconduce alla vita. Da quel momento il fiume diventa il suo maestro. Siddharta impara ad ascoltare le sue molte voci e, attraverso quelle voci, impara ad ascoltare se stesso. Comprende che il tempo, così come lo concepiamo, separa artificialmente ciò che invece appartiene a un unico movimento. Passato e presente, dolore e gioia, perdita e amore: tutto scorre insieme. La scoperta più importante non consiste allora nel trovare una risposta definitiva, ma nell’imparare ad accogliere la complessità dell’esistenza: «a me importa solo di poter amare il mondo, non disprezzarlo, non odiare il mondo e me». È forse questo il punto d’arrivo della ricerca: non diventare qualcun altro, ma finalmente smettere di combattere contro ciò che si è.
Se Siddharta attraversa il mondo per arrivare a se stesso, Murakami sembra fare qualcosa di simile senza mai smettere di correre. Haruki Murakami è scrittore, traduttore e maratoneta. Prima della letteratura gestiva un jazz bar, il Peter Cat, ma nei primi anni Ottanta decide di cambiare radicalmente vita e dedicarsi alla scrittura. Qualche anno dopo arriva anche la corsa, inizialmente quasi come antidoto alla sedentarietà del mestiere dello scrittore. Nel tempo, però, quella che nasce come necessità fisica diventa una disciplina interiore.
Nel suo libro dedicato alla corsa, Murakami racconta una scoperta che ha molto in comune con quella di Siddharta: per conoscersi non è sempre necessario fermarsi. A volte bisogna muoversi, ripetere un gesto, attraversare la fatica fino a quando il rumore esterno si attenua. «Scrivere un libro è un po’ come correre una maratona», osserva. Entrambe le attività richiedono concentrazione, perseveranza e soprattutto un avversario particolare: se stessi. La corsa diventa così una forma contemporanea di pellegrinaggio. Non ci sono Samana, templi o maestri. Non ci sono dottrine da abbandonare. Ci sono strade, chilometri, sudore e un corpo che procede mentre la mente si apre.
Murakami scrive che correre un’ora al giorno e garantirsi «un intervallo di silenzio tutto mio» è indispensabile alla sua salute mentale. Durante quel tempo non deve parlare con nessuno, né ascoltare nessuno. Può semplicemente guardare il paesaggio esterno e, insieme, quello interiore. Per Murakami il paesaggio esterno diventa una porta verso quello interiore. La strada, il ritmo regolare dei passi e il silenzio di un corridore che procede da solo diventano le chiavi per accedere a se stesso.
Tuttavia, Murakami conosce il limite, la fatica, il dubbio. Dopo un’ultramaratona di cento chilometri, attraversa quello che definisce il «runner’s blues»: improvvisamente viene meno lo stimolo che lo spingeva a correre. Qualcosa si è spezzato. Ed è forse proprio questa la parte più interessante del suo percorso. Chiaramente, la ricerca di sé non consiste nel sentirsi sempre forti, motivati, invincibili. Consiste anche nell’attraversare il momento in cui quella forza scompare. Per Murakami, alla fine, non contano soltanto i risultati, i tempi, i traguardi. Conta il gesto stesso del procedere. Arrivare, magari, a un luogo che ci soddisfi. O almeno andarci vicino.
In entrambi i casi, la solitudine non è vuoto ma spazio. Uno spazio nel quale finalmente non è necessario essere qualcun altro. Ma la corsa, proprio come il viaggio di Siddharta, non è una linea retta verso la conoscenza di sé. Siddharta deve attraversare la disperazione prima di tornare al fiume; Murakami deve attraversare la stanchezza e il vuoto prima di ritrovare il desiderio di correre. Entrambi scoprono che il limite non è necessariamente una sconfitta. Può essere un luogo di conoscenza. E forse questa frase potrebbe essere posta accanto all’ultima lezione di Siddharta: nessuno dei due arriva davvero a una destinazione definitiva. Entrambi imparano piuttosto a stare dentro il proprio cammino.
Siddharta attraversa l’India alla ricerca di una verità che nessun maestro può consegnargli. Murakami attraversa strade, città e continenti cercando, nella ripetizione della corsa, una forma di equilibrio. Uno ascolta il fiume, l’altro ascolta il ritmo dei propri passi. Le distanze sembrano enormi, ma la domanda è la stessa: «Chi sono, quando smetto di essere ciò che gli altri si aspettano da me?» Siddharta scopre che la risposta non si trova in una dottrina, ma nell’esperienza. Murakami scopre che la corsa non serve soltanto a migliorare il corpo, ma a creare uno spazio nel quale poter ascoltare la propria voce. Entrambi, attraverso strade differenti, arrivano a intuire che ciò che cercano fuori non è poi così lontano: si nasconde dentro. Ma forse qui la loro lezione diventa anche una domanda per noi. Viviamo in un tempo che sembra aver dichiarato guerra alla solitudine. Ogni silenzio viene riempito, ogni attesa occupata, ogni vuoto immediatamente attraversato da una voce, uno schermo, una notifica. Abbiamo imparato a essere costantemente raggiungibili, ma siamo ancora capaci di raggiungerci? Quanto siamo disposti a viaggiare dentro di noi? A restare soli senza trasformare immediatamente quella solitudine in qualcosa da riempire? A rinunciare, almeno per un momento, alle risposte facili, alle identità già confezionate, agli idealismi che ci permettono di sentirci al sicuro? Forse Siddharta ci direbbe di sederci davanti al fiume. Murakami, probabilmente, ci direbbe di cominciare a correre. Ma la destinazione, in fondo, sarebbe la stessa. E magari è proprio qui che la questione si fa interessante: e se per una volta smettessimo di chiederci dove stiamo andando e provassimo, semplicemente, a scoprire chi è quello che sta camminando? Potremmo scoprire che il viaggio più lungo non è quello che ci porta lontano da casa. È quello che, finalmente, ci riporta a noi.