Articolo di Francesco Musto

Nel lessico delle democrazie contemporanee, “fiducia” e “giustizia” dovrebbero occupare
posizioni gerarchicamente ordinate: la prima come conseguenza, la seconda come
fondamento. Eppure, sempre più spesso, questa relazione appare rovesciata. Non è più la
giustizia a generare fiducia, ma è la fiducia, costruita e orientata politicamente, a ridefinire
ciò che viene percepito come giusto.
La recente battaglia sulla giustizia, tra proposte di separazione delle carriere tra giudici e
pubblici ministeri e tentativi di limitare l’abuso d’ufficio, si inserisce pienamente in questa
tensione. L’obiettivo dichiarato era rafforzare il consenso su un terreno già fragile. Tuttavia,
il risultato del referendum del 2026 ha raccontato altro: oltre il 50% dei votanti ha scelto il
“No”, smentendo le aspettative iniziali e mostrando una distanza evidente tra proposta
politica e percezione pubblica.
Parallelamente, il cosiddetto “rimpasto” interno a Fratelli d’Italia segnala un tentativo di
ricomposizione degli equilibri, mentre l’intervento alla Camera del 9 aprile 2026 di Giorgia
Meloni, con l’invito alla Commissione parlamentare antimafia a indagare su possibili
infiltrazioni, rivela una consapevolezza implicita: la vulnerabilità non è solo politica, ma
sistemica. In questo spazio si inserisce una vicenda che, più che per la sua materialità,
colpisce per la sua capacità di condensare livelli diversi di responsabilità.
Il caso di Andrea Delmastro Delle Vedove emerge a partire da rivelazioni giornalistiche de Il
Fatto Quotidiano relative a rapporti con soggetti riconducibili ad ambienti camorristici,
elementi che hanno sollevato interrogativi sulla compatibilità tra funzione istituzionale e
contesto relazionale.
Cos’è successo realmente? Andrea Delmastro Delle Vedove, all’epoca sottosegretario alla
Giustizia del governo Meloni, dimessosi il 24 Marzo 2025, è finito al centro di un’inchiesta
giornalistica che ha rivelato un legame societario ritenuto incompatibile con il suo ruolo
istituzionale. Il fatto concreto è questo: nel dicembre 2024, Delmastro è diventato socio della
società “Le 5 Forchette Srl”, da cui otteneva delle quote. La società gestiva il ristorante
“Bisteccheria d’Italia” a Roma insieme con Miriam Caroccia appartenente al clan dei
Caroccia, condannato per aver favorito le attività della camorra nella Capitale.
Il problema sostanziale è che Miriam sarebbe la figlia di Mauro Caroccia, un uomo
condannato in via definitiva il febbraio 2026, a 4 anni per intestazione fittizia di beni con
l’aggravante mafiosa. Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, Caroccia faceva
da prestanome per il clan camorristico dei Senese, attivo nella capitale, e il ristorante sarebbe
stato uno strumento per riciclare denaro della criminalità organizzata. Sia Mauro che Miriam
Caroccia sono stati successivamente indagati per riciclaggio.
La difesa di Delmastro ha sempre sostenuto di non sapere chi fosse il padre di Miriam e di
aver ceduto le quote non appena scoperta la vicenda, parlando di una semplice “leggerezza”.
L’amico del figlio ed ex fidanzato della figlia del boss Michele Senese afferma che i Caroccia
hanno una popolarità non trascurabile riportando Delmastro alla questione primordiale: come
poteva non saperlo lui? Le opposizioni hanno sottolineato che un sottosegretario alla
Giustizia non può permettersi nemmeno di apparire in affari con ambienti vicini alla
criminalità, a prescindere dalla consapevolezza e dunque condannando il fatto alla radice.
A rendere tutto più imbarazzante si sono aggiunti altri elementi: Delmastro non aveva
dichiarato alla Camera il possesso delle quote, violando il Codice di condotta dei deputati,
facendolo solo quattro giorni dopo le dimissioni; erano emerse foto che lo ritraevano a cena
al ristorante con Caroccia e con alti funzionari del Ministero della Giustizia. Dopo settimane
di pressioni e una sconfitta elettorale del governo al referendum sulla giustizia, Delmastro ha
rassegnato le dimissioni da sottosegretario a fine marzo 2026.
Oggi Delmastro, già condannato nel febbraio 2025 con l’accusa di rivelazione di segreto
d’ufficio in merito alla vicenda dell’anarchico Alfredo Cospito, non è formalmente indagato
per questa vicenda, ma ha pagato un prezzo politico: la perdita dell’incarico. Per il caso
Cospito, Giorgia Meloni si era pronunciata per la salvaguardia dell’incarico affidato a
Delmastro, ma, data la complessità della vicenda e la pesantezza appariscente, la scelta era
incalzante. La responsabilità politica scatta ancor prima di quella giuridica, spinta dalla
percezione pubblica.
La difesa di Delmastro ha oltrepassato il concetto di “leggerezza”. Ed è proprio questa
qualificazione a rendere il caso analiticamente rilevante: la riduzione del fatto a errore
individuale tende a neutralizzarne la portata sistemica, mentre il dibattito pubblico si
polarizza tra chi enfatizza il principio di presunzione di innocenza e chi richiama un’esigenza
di responsabilità politica più ampia, legata non solo alla legalità formale ma anche
all’opportunità istituzionale. In questo scarto tra qualificazione giuridica e interpretazione
politica si manifesta già la tensione di fondo: non tanto cosa sia accaduto, ma quale
significato attribuire all’accaduto.
Le dichiarazioni dello stesso Delmastro, che rivendica la propria azione contro la criminalità,
non spostano però il baricentro del problema. La questione non riguarda soltanto il fatto, ma
il suo significato. Qui emerge un nodo cruciale: qual è il limite tra la realtà di una vicenda
politico-giudiziaria e il suo peso simbolico?
C’è un’esigenza di chiarezza che il cittadino comune, spesso, avverte senza riuscire a
metterla a fuoco: quella di distinguere tre piani che il dibattito pubblico mescola
continuamente. Il primo è il ruolo istituzionale, definito da norme e competenze. Il secondo è
la responsabilità giuridica, che non si presta a interpretazioni di comodo: va accertata da un
giudice, con garanzie, prove e contraddittorio, senza sconti per chi siede in Parlamento né
linciaggi per chi è solo impopolare. Il terzo, forse il più sfuggente, è la legittimità politica,
che non sta né in una legge né in una sentenza: si costruisce ogni giorno nel rapporto
fiduciario con i cittadini, si misura col consenso, e può evaporare anche quando tutto è
formalmente in regola.
Il problema nasce quando questi tre piani si sovrappongono e il cittadino si trova disorientato.
Nel caso Delmastro, questi piani non sono distinti, ma tendono a sovrapporsi fino a collassare
l’uno nell’altro. La difesa politica non si limita a richiamare la presunzione di innocenza, che è
il principio fondamentale dello Stato di diritto, ma ridefinisce il perimetro del giudizio,
introducendo elementi come intenzionalità, contesto e grado di negligenza. Dall’altra parte,
l’opposizione anticipa un giudizio politico netto, indipendente dall’esito giudiziario.
Parallelamente, le opposizioni anticipano un giudizio politico netto, invocando dimissioni
immediate e sottolineando l’incompatibilità tra ruolo istituzionale e condotta. La posizione
iniziale della Presidente del Consiglio, che escludeva la necessità di dimissioni salvo poi
assistere alla loro concretizzazione, rende evidente una tensione irrisolta. Si apre allora una
domanda decisiva: la responsabilità politica segue quella giuridica o può precederla e
determinarla?
Il caso Delmastro produce così un effetto più ampio: trasforma la giustizia in un terreno di
conflitto narrativo. Il giudizio pubblico si forma prima di quello giuridico, non come
semplice anticipazione, ma come sua possibile sostituzione sul piano percettivo. È qui che il
paradosso si manifesta in tutta la sua forza: se ciò che è “giusto” coincide con ciò che è
percepito come tale da un determinato pubblico, quale spazio resta per una giustizia
autonoma dalla percezione?
La conseguenza è una frattura crescente tra due livelli: da un lato, l’ordine istituzionale, che
continua a operare secondo regole e tempi propri; dall’altro, l’ordine simbolico-mediatico,
cioè lo spazio dei titoli, delle dichiarazioni televisive, dei canali sociali, dove la realtà conta
meno della narrazione. In questo scarto, la fiducia perde la sua natura di esito condiviso e
diventa una risorsa competitiva, contesa tra narrazioni opposte. La giustizia, da limite della
politica, rischia di trasformarsi in oggetto della sua ridefinizione. Il caso Delmastro, dunque,
non è rilevante solo per ciò che racconta, ma per ciò che rivela: una trasformazione profonda
del rapporto tra politica e giustizia, in cui la dimensione simbolica assume un peso
determinante.
Resta una domanda aperta, forse la più inquieta: la fiducia nelle istituzioni nasce ancora dalla
giustizia oppure dalla capacità di raccontarla? Ricomporre questa frattura richiede un duplice
movimento. Da un lato, la politica dovrebbe riconoscere i limiti del proprio intervento nel
campo della giustizia, evitando di sovrapporre la difesa politica alla valutazione sostanziale
dei fatti. Dall’altro, è necessario rafforzare le condizioni culturali e informative che
permettono al giudizio pubblico di distinguere tra livelli diversi di responsabilità, senza
confondere il piano giuridico con quello politico.
Tuttavia, resta un interrogativo che nessuna architettura istituzionale può risolvere da sola,
perché il problema non è solo normativo, ma culturale. In un sistema in cui la percezione
precede sempre più spesso l’accertamento, dovuto a un ciclo continuo di notizie, da
semplificazioni politiche e da una crescente sfiducia nelle fonti tradizionali, è ancora possibile impedire che la fiducia diventi uno strumento di potere, anziché il risultato della sua
limitazione?
Forse la risposta non sta in una riforma, ma in un’abitudine civile: imparare a distinguere,
prima di giudicare. Tenere insieme il diritto di sospettare e il dovere di accertare. Non
chiedere alla giustizia di essere veloce, ma alla politica di essere onesta. Il caso Delmastro
non è solo un episodio di cronaca, è un esame rivolto al cittadino: si sta preferendo un
governo di narrazione o di fatti? La fiducia è il giusto strumento di potere?