Mito e religione: musa della violenza nell’arte patriarcale

Articolo di Adele Russo


«Può darsi che si rifiuti, e allora i baci prendili a forza. Forse si opporrà […] ma, pur combattendo,
vorrà essere vinta […] Chiamala pure violenza: ma questa violenza piace alle donne». Così scrive
Ovidio nell’Ars amatoria, offrendo un esempio emblematico di come, già nell’antichità, la violenza
sulle donne potesse essere normalizzata e persino estetizzata. La tradizione artistica ha spesso
trasformato la violenza sulle donne in atto creativo, in uno spettacolo estetico. Le scene di
sopraffazione femminile attraversano la storia dell’arte, contribuendo a plasmare l’immaginario
collettivo e influenzando anche l’educazione. Secondo i dati di Eurostat, oggi questo fenomeno
colpisce circa una donna su tre nell’Unione Europea, una percentuale non comparabile con quella
maschile. L’arte, dunque, si fa portavoce di questa ingiustizia: ma in quali termini? In quelli della
normalizzazione o della denuncia? Si potrebbe obiettare che l’arte non abbia il compito di
giudicare, ma solo di rappresentare la realtà e i miti del proprio tempo offrendo uno spaccato della
cultura in cui è nata. Tuttavia, osservare la violenza senza metterla in discussione può contribuire
alla sua normalizzazione, specialmente se estetizzata. Attraverso alcuni esempi tratti dalla storia
dell’arte è possibile intravedere la realtà che si cela dietro il mito e comprendere il peso che queste
immagini esercitano ancora oggi.
Da sempre si esalta il talento degli artisti — la loro abilità nel dominare colori e chiaroscuri o nel
modellare la materia — senza riflettere adeguatamente sulla violenza che tali opere rappresentano.
L’attenzione si concentra sulla maestria tecnica, ma raramente si accompagna a una riflessione sui
casi di molestia, aggressione, rapimento o stupro messi in scena. Le donne appaiono perlopiù
passive, fragili, incapaci di reagire alla sopraffazione maschile: i loro corpi sono esposti, gli sguardi
impauriti, le voci silenziate. Pittori e scultori hanno spesso rappresentato la donna nella sua
vulnerabilità, contribuendo a consolidare una visione stereotipata del femminile. Prendiamo in
esame alcune opere ispirate ai miti greco-romani e alla tradizione biblica.

Nel dipinto Susanna e i vecchioni (1555-1556) di Tintoretto, la scena è tratta dal libro del profeta
Daniele della Bibbia. La storia narra di Susanna, una giovane donna sorpresa mentre fa il bagno da
due anziani voyeurs che, dopo aver tentato di sedurla, la accusano ingiustamente di adulterio al suo
rifiuto. Condannata, viene salvata grazie all’intervento del profeta Daniele, che smaschera la
menzogna dei due uomini. La narrazione premia la sua obbedienza religiosa più che condannare
esplicitamente la violenza subita. Questo episodio, spesso rappresentato nella storia dell’arte,
diventa però anche un pretesto per esporre il corpo femminile e mettere in scena una dinamica di
sopraffazione maschile.

Nel dipinto Tarquinio e Lucrezia (1571) di Tiziano Vecellio, viene rappresentato uno degli episodi
più drammatici della tradizione romana: la violenza subita da Lucrezia, moglie di Collatino, da
parte di Sesto Tarquinio. L’artista raffigura il momento della sopraffazione, accentuando il contrasto
tra la vulnerabilità della donna e l’aggressività dell’uomo, con il corpo femminile esposto e privo di
difesa. Secondo il racconto di Tito Livio, dopo lo stupro Lucrezia, pur dichiarandosi innocente, si
suicida per preservare il proprio onore; la tradizione ha così trasformato questo gesto in simbolo di
purezza e castità, esaltando il sacrificio più che soffermarsi sulla violenza subita.

Diversamente, nella scultura Il ratto di Proserpina (1621) di Gian Lorenzo Bernini, tratta dalle
Metamorfosi di Ovidio, viene rappresentato il momento culminante del rapimento della giovane da
parte di Plutone. L’artista coglie con straordinaria efficacia l’istante della violenza, rendendolo
estremamente dinamico e realistico: il corpo di Proserpina si contorce nel tentativo di liberarsi,
mentre le dita di Plutone affondano nella sua carne, creando un effetto illusionistico che esalta la
morbidezza del marmo. Tuttavia, proprio questa perfezione tecnica e la forte carica estetica
dell’opera oscurano la brutalità della scena, trasformando la violenza in spettacolo. Raramente,
infatti, l’attenzione si concentra sulla sofferenza della giovane o sul dolore della madre Cerere, che
secondo il mito provoca il ciclo delle stagioni, ma si privilegia invece l’ammirazione per la maestria
dell’artista, contribuendo così a una fruizione che può risultare distante dalla reale drammaticità
dell’evento rappresentato.

Infine, Il ratto delle figlie di Leucippo (1618) di Peter Paul Rubens raffigura il rapimento delle
Leucippidi da parte dei Dioscuri, episodio narrato da autori come Apollodoro e Teocrito. La scena è
costruita attraverso una composizione dinamica e vorticosa, in cui i corpi si intrecciano in un
movimento continuo, tipico della pittura barocca. Le figure femminili, caratterizzate da forme
morbide e sensuali, sono messe in forte evidenza e illuminate, mentre i loro gesti — braccia
sollevate, corpi che si ritraggono — suggeriscono resistenza e paura. Nonostante ciò, l’opera è stata
spesso interpretata come «giocosamente erotica», privilegiando l’aspetto estetico e sensuale rispetto
alla violenza dell’atto rappresentato. In realtà, non emerge alcuna forma di consenso: le giovani
donne appaiono chiaramente vittime di una sopraffazione, ma la resa pittorica, ricca e seducente,
tende a trasformare il rapimento in uno spettacolo visivamente armonioso, contribuendo a una
lettura che attenua o normalizza la violenza implicita nella scena.
Il mito può continuare a essere una fonte di immagini potenti, ma deve essere reinterpretato.
Laddove gli aggressori restano impuniti, le vittime diventano strumenti simbolici, private della loro
individualità. Anche le didascalie potrebbero essere riviste: «Susanna molestata dai vecchioni»;
«Lucrezia e Tarquinio il violento»; «Il rapimento di Proserpina»; «L’abuso delle figlie di
Leucippo».
Queste immagini pongono al centro la sopraffazione del corpo femminile e non dovrebbero essere
accolte in modo acritico. Osservarle senza interrogarsi sul loro significato rischia di contribuire a
una normalizzazione della violenza. Il cambiamento parte dal linguaggio. La narrazione può
contribuire a formare una coscienza critica, soprattutto nelle giovani generazioni. La violenza non è
un atto poetico, né possiede alcun valore seduttivo. La speranza è che l’arte contemporanea sappia
rileggere questi temi, restituendo dignità alle donne.