Articolo di Marcella Cacciapuoti

L’inferno sono gli altri…o forse gli altri siamo noi?
Prima di addentrarci in una precisa questione editoriale che Chiara Mengozzi definisce il romanzo degli altri, è inevitabile soffermare la nostra attenzione su una domanda preliminare, tutt’altro che innocua: chi sono gli altri?
Tante volte le storie delle persone immigrate in Italia sono il nostro rumore di sottofondo proveniente dal telegiornale di turno durante i pasti.
Tradizione molto italiana, quella di guardare il telegiornale a pranzo e a cena, con qualcuno che quasi sempre sbotta “togli, qua si sentono solo guai”. Come se i guai sparissero solo cambiando canale.
È istintivo per noi volerci allontanare dal dolore; non sempre ci è possibile, quindi se qualche volta per fortuna (o privilegio?) abbiamo la possibilità di lasciarci alle spalle la bruttezza del mondo lo facciamo, e pure senza esitare.
Quella bruttezza però non evapora, anzi si concretizza e reclama sempre più spazio, finché un giorno si insinua negli occhi e non ce li fa chiudere più, come nella famosa scena del cinema in Arancia Meccanica.
È in quel momento che ciò che era rumore di fondo diviene un groviglio di infinite storie e richieste di aiuto. Non riusciamo più a cambiare canale.
Sappiamo che le persone annegano anche quando non le vediamo. E iniziamo a capire che questa è solo la punta di un iceberg molto, molto grande.
Qual è la loro storia? Dov’è la loro voce?
Avviene in noi una metamorfosi; da Kurtz diventiamo Marlow e scendiamo lentamente nel cuore di tenebra di cui parlava Conrad: la violenza sistematica dei sistemi coloniali.
Come l’editoria ha accolto l’immigrazione
In Italia l’immigrazione diviene un fenomeno visibile e concreto tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. L’impennata di un milione di immigrati nel 1990 porta ai primi tentativi di regolamentazione del fenomeno, il quale comincia ad essere percepito come un’urgenza nazionale.
La popolazione si spacca in due: c’è chi si allarma (pure troppo) e chi mostra compassione, oltre che curiosità.
L’editoria italiana del tempo vede nell’immigrazione una possibile novità letteraria da sfruttare, con testi che successivamente influenzeranno l’opinione delle genti sulla questione (e purtroppo più in negativo che in positivo).
Chiara Mengozzi ci racconta che i primi romanzi che compaiono sono il frutto di una collaborazione autoriale. Immigrato di Salah Methnani e Mario Fortunato o Io, venditore di elefanti di Pap Khouma e Oreste Piverta, per esempio.
Notiamo come in copertina compare il nome della persona immigrata come co-autore, ma a scrivere realmente il libro (in forma romanzesca o diaristica) è lo scrittore italiano; per quanto buone le intenzioni di restituire autonomia all’individuo e alla sua comunità e terra di appartenenza, è tangibile il rischio di un implicito paternalismo della parte italiana a causa dell’asimmetria del rapporto collaborativo.
La voce più importante, quella che dovrebbe essere più esposta, passa in questo modo in secondo piano. Nascosta. Lo afferma perfino uno dei co-autori italiani, Marco Fortunato, nella prefazione alla seconda edizione proprio di Immigrato: “[…] lo avevo scritto come se si trattasse di una storia interamente mia”, limitando la voce di Methnani a una nota introduttiva per esigenze di autorialità.
Ma tra le due voci è proprio quella di Methnani a dover emergere, no? È la storia della sua vita.
Fortunatamente, ci sono degli esperimenti di collaborazione autoriale in cui il co-autore italiano ha mostrato una maggiore propensione all’ascolto e all’empatia, cercando ad ogni costo di valorizzare la voce della persona immigrata e la sua storia. Un esempio significativo è Canto lungo la strada, scritto in arabo da Mohsen Melliti e tradotto in italiano da Monica Ruocco; un romanzo corale che vede l’alternarsi frenetico delle diverse voci della comunità immigrata, alloggiata temporaneamente in un pastificio nel cuore di Roma poi sgomberato dalle forze dell’ordine.
La contronarrazione dell’immigrato-autore
Dallo sdoppiamento della funzione autoriale degli scrittori italiani si passa alla potenziale contronarrazione da parte delle persone immigrate. Troviamo la loro voce, ad esempio, nei récits de vie: memorie e interviste raccolte e trascritte da volontari e ricercatori di studi psicologici, statistici e sociologici.
In realtà, neanche qui le persone immigrate raccontano la loro storia in prima persona, ma la parte italiana si limita ad un lavoro di trascrizione e talvolta di traduzione, senza mai inventare o distorcere nulla.
Si tratta di un’operazione sì letteraria, ma di tipo documentario, un lavoro oggettivo di osservazione e descrizione che ha lo scopo di narrare la vicenda per quella che è, senza censure o toni consolatori più appetibili per il lettore italiano.
La storia ci arriva così, crudele e diretta, e svaniscono tutte le aspettative della società di arrivo.
Non devo modificare la mia storia per essere più digeribile
Tra le varie testimonianze di questo tipo troviamo Gli immigrati raccontano di Carlini e Caciupa e Zichinì. Le donne del terzo mondo raccontano la loro vita in Italia di Pedercini, due testi che vogliono essere digeriti con fatica da chi legge e sa benissimo di trovarsi dal “lato buono” del mondo grazie solamente alla fortuna geografica che ha avuto.
Narrate in prima persona, invece, ricordiamo due eterobiografie che oggi probabilmente definiremmo di matrice transfemminista, Volevo diventare bianca di Chohra e Con il vento nei capelli di Salem; entrambe narrano due storie di finzione ispirandosi alla propria storia di vita, con una particolare insistenza sulla denuncia della società patriarcale di appartenenza.
La letteratura italiana della migrazione si estende agli anni Duemila
Se è vero che la gran parte degli scritti italiani sull’immigrazione nel Novecento è parte di un fenomeno editoriale che vuole suscitare curiosità ed incrementare le vendite, è vero anche che è proprio grazie a questi testi che si è diffusa una percezione molto più positiva e affidabile delle persone immigrate, che è andata a contrastare quella iniziale e più pregiudizievole di degrado e criminalità.
La pubblicazione e circolazione della letteratura italiana della migrazione è stata possibile, -soprattutto dalla seconda metà degli anni Novanta, in cui c’è stato un drastico calo di interesse- , grazie alla sensibilità e all’impegno di molti critici letterari, tra cui Alessandro Portelli, Fulvio Pezzarossa e Armando Gnisci.
Anche alcune piccole case editrici come Datanews, Sinnos e Fara hanno avuto un ruolo essenziale nel mantenere alta l’attenzione verso le voci degli immigrati, così come la rivista Caffè, trimestrale di letteratura multiculturale.
Di maggiore rilevanza è stato il concorso letterario promosso dall’associazione Eks&Tra che per tredici lunghi anni ha svolto il ruolo di trampolino di lancio per tantissimi scrittori migranti esordienti in Italia.
Alcuni hanno successivamente vinto premi molto prestigiosi, come Lamri, Ziarati, Hajdari e Scego.
E questo è stato possibile perché anche mentre tutti erano già in cerca della prossima novità, c’è chi è rimasto ad ascoltare le loro voci.
Eccomi. Raccontami quello che vuoi e poi dillo a tutto il mondo
Con gli anni Duemila anche le grandi case editrici iniziano ad avere uno spiccato interesse per la letteratura di migrazione. A partire dalla Fiera del libro di Torino che ha intitolato la sua edizione del 2000 Una fiera, mille culture con l’intento di fare da vetrina internazionale per gli scrittori migranti italofoni, fino alla pubblicazione di testi di successo come La Straniera dell’iracheno Tawkif, romanzo in cui l’immigrato-autore utilizza strategie narrative e linguistiche elaborate come l’ibridismo di genere e la multifocalità.
La colonizzazione letteraria…e la decolonizzazione che ci vuole
L’Italia è colpevole di crimini coloniali. Questo non è un segreto.
Guerre, rastrellamenti, deportazioni ed esecuzioni che per circa un secolo hanno massacrato Eritrea, Etiopia, Libia e Somalia. Non solo nessun italiano è stato mai processato per i crimini compiuti nelle ex-colonie, ma ancora oggi vi è una mancata presa di coscienza verso i crimini commessi in passato.
Questa completa deresponsabilizzazione politica ha fortemente contribuito alle ideologie razziste ancora presenti nella nostra società, e di certo non siamo l’unico Paese al mondo; basta pensare al progetto sionista e colonialista di Israele in Palestina, o agli Stati Uniti che ogni giorno aggiungono un paese nuovo alla loro lista di conquiste, o alla polizia ICE che rapisce le persone immigrate strattonandole per strada per poi gettarle come rifiuti in crudeli centri di detenzione.
E per cosa?
I più importanti leader urlano ai microfoni le loro ragioni, spesso manipolando la verità.
La verità è che nulla giustifica la violenza epistemica che i colonizzatori per secoli hanno imposto e continuano ad imporre alle terre e ai popoli colonizzati.
Questa violenza si è fatta spazio perfino nella letteratura.
In molti scritti le persone immigrate diventano meri serbatoi di storie intense ed emotive che soddisfano un pubblico occidentale che vuole lavarsi la coscienza nel leggere la storia di chi in Italia ha trovato un porto sicuro, o storie ambientate in lontani paesaggi d’Oriente che vengono appositamente romanticizzati, e invece nella realtà sono luoghi sì meravigliosi, ma completamente martoriati dallo sfruttamento delle forze coloniali.
Molto spesso le persone immigrate non hanno neanche la possibilità di scegliere di cosa scrivere, vengono incatenate alla loro stessa storia perché si pensa che qualsiasi altra cosa hanno da dire venderebbe sicuramente meno. Ma è giusto mercificare una vita?
La letteratura ha bisogno di una profonda decolonizzazione, che non vuol dire tornare alla realtà precoloniale. Quello è impossibile. Vuol dire amplificare la voce dei popoli colonizzati con gli strumenti che abbiamo, e riconoscere che li abbiamo perché siamo persone privilegiate. Significa decostruire le gerarchie di potere che conosciamo per dare uno spazio, anche letterario, alle storie vere raccontate da persone che finora la storia l’hanno solamente subita.
È arrivato il momento di dare la parola a chi pratica resistenza anche solo attraverso la propria esistenza. Il corpo di una persona immigrata è un corpo politico perché riflette il trauma individuale e collettivo della violenza coloniale.
Contro la colonizzazione dei corpi e delle terre…pratichiamo resistenza decolonizzando la parola.