Non chiamatela Clizia: Irma Brandeis e l’arte di disertare il piedistallo

Articolo di Carmen Lega


C’è una condanna sottile nell’essere trasformate in divinità. L’altare è un luogo gelido, perfetto per le sculture di marmo, ma letale per chi ha sangue, inchiostro e pensiero che le scorrono nelle vene. Per decenni, la figura di Irma Brandeis è rimasta intrappolata in una teca di cristallo, esposta al pubblico dei lettori italiani sotto le spoglie di Clizia: l’angelo visitatore, la donna-girasole, l’incarnazione salvifica e cristologica che attraversa le pagine più vertiginose della poesia di Eugenio Montale. Eppure, ridurre questa formidabile intellettuale newyorkese a una mera superficie riflettente per il genio maschile è un torto non solo alla sua memoria, ma alla storia stessa della letteratura del Novecento. Irma Brandeis non aveva la vocazione del piedistallo. Aveva la vocazione della pagina, dell’esegesi affilata, della narrazione lucida e disincantata.

Quando sbarca in Italia all’inizio degli anni Trenta, Brandeis porta con sé l’aria elettrica e cosmopolita di una New York in pieno fermento. Di famiglia ebraica dalle ascendenze austriache, possiede un’eleganza naturale e uno sguardo abituato a sezionare il mondo. Non giunge a Firenze per cercare poeti da adorare, ma per inseguire un’ossessione antica e severa: Dante Alighieri. Firenze è in quegli anni un teatro di ombre lunghe, dove la cappa del fascismo inizia a farsi soffocante, ma le vie attorno al Gabinetto Vieusseux pullulano ancora di intelligenze febbrili. L’incontro con Montale, innescato dalla folgorazione per gli Ossi di seppia, non è lo scontro tra un maestro e un’allieva adorante. È una collisione tra pianeti di pari massa gravitazionale.

Irma si rivela da subito un’interlocutrice temibile, ironica, impermeabile alle lusinghe facili. È lei, con la sua inesauribile curiosità e il suo retroterra accademico, a costringere il poeta a un corpo a corpo continuo con i testi, la lingua, le idee. Quando le nubi della guerra e le leggi razziali la costringono a fare ritorno negli Stati Uniti, recide il nodo e, nel momento in cui l’oceano li separa, il mito di Clizia prende il volo nei versi di Montale, ma la vera Irma Brandeis, scesa dal carro della poesia altrui, inizia a costruire la propria monumentale architettura.

Il lato più intimo, e per lungo tempo segreto, del suo genio risiede nella sua penna di narratrice. Lontana dalle cattedre, Irma scolpisce racconti che trovano casa sulle pagine sofisticate del «New Yorker» e di «Harper’s Bazaar», poi raccolti nel volume postumo McGregor’s Island and OtherStories. La sua è una prosa screziata, pervasa da un umorismo freddo e da una precisione chirurgica nell’indagare le crepe dei rapporti umani. Leggendo le lettere scambiate con Montale attraverso l’Atlantico, si assiste non allo sfogo di due amanti separati, ma a un vero e proprio laboratorio alchemico tra artigiani della parola. Montale non la tratta da musa; la tratta da pari. Divora i suoi racconti. Quando legge Sato, ne rimane folgorato, spronandola con insistenza a scriverne altri, a non disperdere quel talento, a non negare al mondo la sua prosa.

Se la narrativa è il suo giardino segreto, la saggistica è il suo campo di battaglia aperto. Al Bard College, dove insegnerà fino al 1975, Brandeis diviene un’istituzione, ma è nel 1960 che scaglia la sua freccia più acuminata. Pubblica The Ladder of Vision (1960; trad. it. La scala della visione, Biblion, 2025), uno studio su Dante destinato a far tremare i polsi all’accademia all’epoca ancora anestetizzata dal dogmatismo di Benedetto Croce. Croce aveva smembrato la Commedia, separando con l’accetta la poesia (i momenti lirici) dalla struttura (l’impalcatura teologica). Con un’eleganza feroce, Brandeis demolisce questa impostazione. Il suo saggio è un prisma che scompone la luce dantesca per dimostrare un assunto dirompente: in Dante, il significato risiede nelle cose: non esiste un’allegoria scollata dalla carne.

Brandeis scende nei gironi infernali e spazza via secoli di romanticismo zuccheroso. Francesca da Rimini non è un’eroina dell’amore sfortunato, ma l’incarnazione di una psiche ripiegata su sé stessa, dove l’istinto ha divorato la ragione; la bufera che la travolge non è una punizione esterna, ma la forma stessa del suo desiderio malato. Farinata degli Uberti viene spogliato dell’aureola di patriota e mostrato per ciò che è: l’essenza dell’eresia che lacera, l’arroganza che separa l’io dalla comunità. E man mano che si sale verso il Purgatorio, la scala di Brandeis svela come ogni sorriso, ogni abbraccio tra le anime (da Casella a Sordello, da Stazio a Guinizelli) sia un gradino esatto in cui l’amore si purifica dal peso della materia per farsi pura intelligenza e luce. Ma il culmine di questa vertigine teologica ed estetica, la vera chiave di volta dell’intero saggio, è riservata a Beatrice. Anche su di lei Brandeis opera un lavoro di pulizia spietato, disinnescando le due trappole in cui la critica era sistematicamente caduta: ridurre la donna a un’esangue e fredda allegoria della Teologia o, al contrario, confinarla nel sentimentalismo di un amore giovanile trasfigurato. Nel prisma di Brandeis, Beatrice è il trionfo stesso dell’incarnazione poetica dantesca. È la dimostrazione finale che l’assoluto, per rivelarsi, non può fare a meno della forma umana. Il suo sorriso e i suoi occhi non sono metafore vuote o concetti astratti, ma forze motrici reali, agenti fisici la cui intensità abbaglia e letteralmente tira su il pellegrino da un cielo all’altro. Sottraendola al gelo del puro schematismo, Irma ci consegna una Beatrice che è il vertice esatto della scala: il luogo supremo in cui l’amore per la creatura non viene rinnegato, ma dilatato fino a coincidere perfettamente con la mente di Dio.

Per decenni, questo capolavoro è rimasto un tesoro per iniziati oltreoceano. La cultura italiana, abbagliata dal pettegolezzo letterario e dalla caccia all’identità di Clizia, ha colpevolmente ignorato il peso specifico del suo lavoro dantesco. Quando nel 1965, a Firenze, Eugenio Montale prese la parola al Congresso Internazionale Dantesco per il suo celebre intervento Dante, ieri e oggi, il nome di Irma Brandeis risuonò improvvisamente nella sala. Il poeta citò The Ladder of Vision, definendolo «quanto di più suggestivo» fosse stato scritto ai suoi giorni sulla scala che porta a Dio. Non ci fu, in quel gesto, alcuno smascheramento teatrale, nessuna volontà di sovrapporre pubblicamente il volto dell’accademica americana all’icona di Clizia. Fu, piuttosto, una simmetria segreta, un omaggio cifrato e rigoroso. Davanti a una platea che in gran parte ignorava i retroscena di quel nome, Montale le riconosceva il suo spazio autentico: non il piedistallo della divinità evocata nei versi, ma la cattedra della studiosa capace di misurarsi, alla pari, coi verticidella Commedia.

Fino alla sua morte, avvenuta nel 1990 nel silenzio ovattato di Annandale-on-Hudson, Irma si rifiutò con sdegno sovrano di capitalizzare il proprio passato. Non concesse interviste pruriginose, non scrisse memoriali per rivendicare il suo ruolo di ispiratrice. Al contrario, nutriva una profonda e documentata insofferenza per quell’etichetta. In una nota diaristica del 1980, scrisse di essere esausta di sentirsi chiamare Clizia. «That is not my story», appuntò con insofferenza, arrivando a suggerire con tagliente sarcasmo che quel ruolo fosco si addicesse forse più a Drusilla Tanzi. Nonscese mai a patti con l’idolatria pubblica: ha lasciato che a parlare fossero le sue carte, i suoi saggi, i suoi racconti. Ha scelto l’ombra fiera del proprio intelletto alla luce riflessa di un amore. Avvicinarsi oggi a Irma Brandeis significa attraversare un fuoco purificatore: bisogna bruciare i santini polverosi della donna-angelo per trovarsi di fronte agli occhi acuti, ironici e spietatamente intelligenti di una voce alta, complessa e ingiustamente silenziata del nostro Novecento.