Articolo di Ilaria Liardo

Le direttive aziendali del magnate di Amazon, Jeff Bezos, al Washington Post parlano chiaro: i finanziamenti politici sono la nuova fonte dell’opinionismo americano.
Jeff Bezos nel 2013 diventa proprietario del Washington Post offrendo 250 milioni di dollari alla famiglia Graham. A un’iniziale impennata del bilancio attivo annuale è seguita una rapida discesa con la disdetta di un altissimo numero di abbonamenti. La scelta di non pubblicare un endorsement sui candidati delle elezioni del 2024 è stata uno dei primi atti che ha portato a una perdita di credibilità agli occhi dei lettori abituali. La nuova linea di Bezos e dell’amministratore delegato Will Lewis sembra orientata a non inimicarsi il presidente americano. Questo progressivo “rinnovamento” ha condotto una cospicua parte del personale a far fatica a riconoscere il proprio giornale. Perdita di identità e perdita di abbonati. Si arriva poi a mercoledì 4 febbraio 2026 con il licenziamento di circa 300 degli 800 membri della redazione del Washington Post, colpendo il tessuto vivo del quotidiano. Centinaia e centinaia di giornalisti, alcuni in pieno servizio, come Lizzie Johnson inviata in Ucraina, hanno appreso la notizia mentre svolgevano il proprio lavoro.
Nella redazione di un giornale assistere ad un licenziamento rientra nella prassi, soprattutto se ci troviamo di fronte ad un giornale in perdita come il Washington Post, ma bisogna tenere a mente i retroscena degli ultimi anni.
Bezos subentra nel 2013 dopo l’acquisto effettivo del giornale. Le iniziali intenzioni del magnate di Amazon erano quelle di portare una crescita, che si è effettivamente verificata tra il 2016 e il 2020. Non si è mai dimostrato particolarmente interessato alla linea editoriale del Post: nei primi anni, infatti, si è limitato a finanziare il giornale concedendogli ampio margine di crescita. Le prime intromissioni nelle linee editoriali si sono verificate nel 2023 e hanno portato ad una prima perdita accresciuta nel 2024. La mancata pubblicazione dell’abituale endorsement durante le presidenziali del 2024 a sostegno di Kamala Harris contro Donald Trump ha inasprito il calo, decimando il numero degli abbonati. Parliamo di perdite a sei cifre, meno 250 mila lettori. Bezos annuncia poi un ulteriore cambio di direzione: il giornale si interesserà a questioni che rientrano nel binomio di libertà personale – interpretata da molti come scelta pro-Trump – e libero mercato, con un dichiarato rifiuto di andare al di là delle nuove linee guida. È proprio a causa di questa linea conservatrice, poco intenzionata a lasciare loro spazio, che moltissimi giornalisti hanno rassegnato le proprie dimissioni.
Ad oggi, il licenziamento dei 300 giornalisti del 4 febbraio scorso, ha significato tagli netti all’interno della redazione, con un’offerta informativa meno differenziata sia a livello nazionale che internazionale. Sono state chiuse la redazione che si occupa di recensire libri, quella sportiva, il podcast Post Records; sono state ridimensionate molte sedi di corrispondenza locale e internazionale, in particolare quella che si occupa di esteri.
Ai vertici questi tagli sono definiti come ‘necessari’, motivati dalle perdite degli ultimi anni, ma le esigenze manageriali di Bezos e la politica di Trump tendono a convergere in un unico punto e finiscono con il giustificare le nuove linee editoriali. Trump, durante questo suo ultimo mandato, ha dichiarato guerra a chiunque lo ostacolasse, a tutti i suoi nemici. Bezos non vuole essere tra questi. Su una bilancia i suoi interessi pendono verso la tutela del proprio colosso economico; sacrificare il Washington Post, il suo valore informativo, le sue opinioni e i suoi lettori è solo un piccolo effetto collaterale.
I giornalisti hanno ricevuto la comunicazione circa il proprio licenziamento via mail, dopo una riunione tra il direttore Matt Murray e il responsabile delle risorse umane Wayne Connell: «Following up on today’s communication, I’m writing to share the difficult news that your position is eliminated as part of today’s organizational changes». Dietro la formula dei ‘cambiamenti organizzativi’, si intravede una trasformazione più profonda, quasi ideologica. Poniamoci in prospettiva. Bezos in questi anni continua i suoi investimenti, finanzia la stessa cerimonia di insediamento del presidente. Considerando i suoi innumerevoli fondi, tra cui quelli stanziati pro-Trump, ci si chiede se i tagli al Post fossero effettivamente dettati da esigenze di bilancio, di salvaguardia. Il patrimonio dell’imprenditore, infatti, è cresciuto anche durante i primi anni di perdita del giornale. I tagli sono stati sì una scelta, ma non una scelta economica. A conferma il fatto stesso che, mentre il Post perdeva i suoi abbonati, Bezos stanziava 70 milioni di dollari nel documentario dedicato alla First Lady, Melania Trump.
I licenziamenti, quindi, sono davvero il tentativo di salvare uno dei più importanti giornali americani o piuttosto un favore che il grande imprenditore fa ad uno dei suoi più grandi sostenitori? In assenza di un piano per il rilancio del giornale, queste decisioni fanno pensare sempre di più ad un tentativo di salvaguardare i rapporti tra Bezos e le sue aziende, con il governo. I superstiti della redazione decimata, infatti, hanno proposto al magnate di vendere il giornale e trovare un nuovo investitore, mentre altri proponevano una trasformazione del Washington Post in un’organizzazione no profit. Il fondatore di Amazon, però, non pare ossessionato dalla ricerca di quella che possa apparire come la ‘scelta giusta’ per il giornale.
Nello spot del Washington Post per il Super Bowl del 2019, Tom Hanks recitava «Sapere ci aiuta a decidere. Sapere ci rende liberi»: il giornale si proclamava garante di una democrazia dalla quale adesso indietreggia.
- Hanna Rosin, How Jeff Bezos broke the Washington Post, The Atlantic, 5 febbraio 2026. “A seguito della comunicazione odierna, le scrivo per condividere la triste notizia che la sua posizione viene eliminata nell’ambito dei cambiamenti organizzativi odierni”.