Articolo di Annamaria Biancardi

Con Il fiume scomparso, edito Castelvecchi, Vittorio Del Tufo firma un thriller urbano che affonda le radici nella parte meno visibile di Napoli, tra cronaca, memoria storica e suggestioni esoteriche. È un romanzo che conferma l’autore come profondo conoscitore della città, capace di guardarla non solo con l’occhio del giornalista, ma con quello del narratore che si appassiona per i personaggi e per l’ambientazione.
La sua formazione da cronista si avverte nella precisione delle descrizioni: luoghi, eventi e dinamiche tecniche sono ricostruiti con cura documentaria, grazie anche al contributo di esperti e speleologi. Ma è soprattutto la dimensione narrativa a sorprendere: Del Tufo racconta Napoli nella sua interezza, restituendone luci e ombre, superficie e sottosuolo, bellezza e fragilità. Chi ha letto il suo Napoli Magica, tra gli altri libri dell’autore, ne conosce già la penna incantatrice e svelatrice.
La storia si muove tra passato e presente con continui salti temporali che, invece di disorientare, arricchiscono la comprensione dei fatti. L’azione principale è ambientata nel 2016, in una città battuta dalla pioggia e attraversata da tensioni sotterranee: mentre al Centro Direzionale si prepara un grande evento internazionale, tra G20 e l’attesissima visita di Papa Francesco, si verificano crolli, cedimenti e fenomeni inspiegabili. Sotto i grattacieli costruiti su falde acquifere sembra agitarsi qualcosa che preme per riemergere.
Il vero protagonista del romanzo, infatti, non è umano: è il leggendario Fiume Sebeto, corso d’acqua antico, oggi scomparso e dato per dimenticato. Del Tufo lo riporta alla luce trasformandolo in simbolo potente della memoria sepolta della città. A metà del libro, un breve ma intenso salto nel 1343 conduce il lettore nella Napoli medievale, dove compare anche Francesco Petrarca, testimone di una catastrofe naturale che sconvolge l’assetto urbano e sembra inghiottire per sempre il fiume. Ma il Sebeto, come la memoria, non sparisce davvero: continua a scorrere nel sottosuolo, pronto a tornare. È solo stato coperto, ma non annientato. A custodirne il ricordo c’è Caronte – il cui nome è fortemente emblematico riportandoci subito alla memoria il più celebre traghettatore delle anime -, un anziano considerato un visionario, ossessionato dalla storia dei quattro pozzi che condurrebbero al mondo di sotto e al famoso fiume.Attraverso figure come la sua, il romanzo mescola realtà e leggenda, inchiesta e mito, costruendo un’atmosfera sospesa e inquieta, a tratti misteriosa.
Il ritmo alterna accelerazioni a momenti più lenti e meditativi: una scelta voluta, che invita il lettore a soffermarsi sui dettagli e sulle sfumature. Non è un thriller adrenalinico, ma un racconto di tensione sotterranea, dove l’attesa pesa più dell’azione e ogni elemento sembra carico di presagi.
Napoli diventa così un vero personaggio: viva, stratificata, misteriosa.
Lo stile di Del Tufo è sobrio ed elegante: frasi pulite, dialoghi credibili, descrizioni essenziali ma evocative. La tensione nasce dall’atmosfera più che dai colpi di scena, e i personaggi, con le loro fragilità e ambiguità, risultano autentici e umani. Uno stile che ha già colpito il lettore abituale del giornalista partenopeo, e che può far appassionare anche i nuovi arrivati.
Il fiume scomparso scorre lento e profondo come l’acqua che evoca: è un romanzo sulla memoria dei luoghi, sui segreti sepolti e sulle crepe invisibili di una città. Un thriller atipico, maturo e suggestivo, capace di lasciare un’eco anche dopo l’ultima pagina.
Il romanzo colpisce per la sua lettura intensa, più riflessiva che spettacolare, dove il mistero diventa uno strumento per raccontare l’anima di una città. È una lettura che fa pensare e invita a guardare con più attenzione ai luoghi che spesso diamo per scontato.
Il romanzo si caratterizza per il suo dialogo costante tra mito e realtà. Napoli custodisce tuttora un ricordo visibile di quel fiume che un tempo scorreva nella zona est della città: l’emblematica Fontana del Sebeto, a Largo Sermoneta. Ancora oggi la fontana raffigura il fiume come una divinità fluviale, simbolo di fertilità e del legame profondo tra città e territorio. Un dettaglio storico che mette in rilievo il potere evocativo del romanzo, che non è una semplice narrazione, ma un vero e proprio invito a una maggiore responsabilità collettiva, una denuncia civile che mira alla rivalutazione dei luoghi suggestivi di Napoli. Il fiume scomparso non è soltanto un romanzo, ma un invito a riscoprire e a tutelare un territorio che, più che fare da sfondo, merita di essere protagonista del nostro sguardo e della nostra coscienza civile.