Topolino parla puro ‘o napulitano!

Articolo di Annamaria Biancardi


‘Drunespiune, robbó scacciafetiente, capsule ca te ncatastano!’
No, nun è ‘na filastrocca: è Zio Paperone alle prese cu’ ‘o PDP 6000.
Il numero 3608 di Topolino, uscito il 15 gennaio 2025, non è stato un semplice settimanale, ma un
vero e proprio evento editoriale inedito nella storia del fumetto Disney in Italia: ma come ha fatto a
diventare un fenomeno unico?
In occasione della Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali, celebrata il 17 gennaio,
Topolino ha pubblicato la storia di apertura “Zio Paperone e il PDP 6000” non solo in italiano, ma
anche in quattro versioni dialettali: napoletano, catanese, fiorentino e milanese, che poi si sono
allargate nei mesi successivi agli altri dialetti italiani.
La storia segue Zio Paperone, impegnato a difendere il suo deposito dagli assalti della Banda
Bassotti grazie a un sofisticato sistema di difesa basato sull’intelligenza artificiale progettato da
Archimede Pitagorico. Una trama di avventura moderna, piena di tecnologia, droni e capsule, che
diventa un vero laboratorio linguistico quando viene tradotta in dialetto.
La traduzione in napoletano è stata curata dal prof. Giovanni Abete, docente di Linguistica Generale
all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Il professor, in alcune interviste in giro per il
web, ha più volte ribadito la difficoltà maggiore non era trovare equivalente dialettale, ma
reinventare termini tecnologici e concetti complessi senza perdere il ritmo, il tono comico e la
vivacità del dialetto. Così, termini come: “Droni-sentinella” è diventato “Drunespiune”, o ancora
“Microspie camaleontiche” lo leggiamo come “Spie camaleonte” e il più difficile “Capsule di
contenimento” ci ha fatto ridere tantissimo nel leggere l’ingegno della traduzione in “Capsule ca te
ncatastano”.
Queste traduzioni non solo trasmettono il senso tecnico, ma diventano immagini colorite e
divertenti, capaci di far sorridere anche chi non conosce a fondo il dialetto. I concetti tecnici
vengono “napoletanizzati” con fantasia, ritmo e colore, trasformando scene ipertecnologiche in
momenti di comicità immediata. Come sottolinea il professor Abete: “Tradurre in napoletano
significa far parlare la lingua, farla respirare, mantenere il suo ritmo pur nella modernità della storia.
Il fumetto diventa così un ponte tra cultura, tecnologia e dialetto.”
Un altro esempio è la parola “domenica”, resa come “rummeneca”, in linea con la pronuncia
contemporanea del napoletano parlato, che mostra il fenomeno del rotacismo (la trasformazione di
/d/ in /r/). Anche espressioni come “melassa” diventano “sceruppo”, in particolare “sceruppe e
sovero”, restituendo sia il gusto locale sia il registro comico.
L’iniziativa non è solo un esercizio linguistico: è un evento culturale. Le copie dialettali sono state
distribuite nelle regioni corrispondenti e sono disponibili anche in fumetteria e online, creando un
piccolo “giro di caccia al tesoro” linguistico per i lettori più curiosi, anche perché il giorno
dell’uscita del numero era praticamente impossibile trovarlo, e sono state necessarie delle ristampe.
È per questo che è stato un fenomeno unico: ha avvicinato al Topolino anche chi il Topolino non lo
leggeva più o non lo ha mai letto. Sarà per pura curiosità o per amore verso il proprio dialetto, fatto
sta che quel numero ormai lo conosciamo tutti. Topolino 3608 dimostra che i dialetti italiani non
sono reliquie del passato, ma lingue vive, pronte a rinnovarsi e a parlare di tecnologia, intrighi e
avventure contemporanee. Grazie a progetti come questo, giovani e adulti possono scoprire la
ricchezza espressiva del napoletano e degli altri dialetti, godendo di un’esperienza di lettura unica,
divertente ed educativa.
Un piccolo grande passo per salvaguardare il patrimonio linguistico italiano attraverso uno dei
media più popolari e amati da generazioni: il fumetto. E se a farlo per primo è Topolino, amato da
sempre da tutti, che ci accompagna nelle nostre giornate, ne siamo felici.

L’obiettivo è chiaro: avvicinare giovani e adulti alla lettura in dialetto, valorizzare la tradizione
grafica e letteraria – da Eduardo De Filippo a Salvatore Di Giacomo – e far riscoprire il napoletano
scritto, che rischia di rimanere confinato all’oralità. Il successo del numero 3608 ha dimostrato che
questa operazione funziona, conquistando lettori di tutte le età e suscitando entusiasmo anche tra chi
non è un appassionato di Topolino.
Viva i dialetti, viva il loro mantenimento in vita, perché ci rappresentano, ci ricordano chi siamo, da
dove veniamo, cosa è successo prima che arrivassimo alla lingua italiana di questo momento. Il
dialetto è storia, il dialetto è noi stessi. Parla a noi di noi. E se per riscoprirlo ci serve il Topolino,
perché no, c fa ancor cchiú piacer.