Articolo di Carolina Ferraro

«E vissero per sempre felici e contenti», ma è davvero così? Il matrimonio rappresenta davvero un lieto fine o la consacrazione della disillusione amorosa per eccellenza? La vita coniugale ha animato le pagine di autori provenienti da ogni luogo e tempo. L’istante sancito dal “sì, lo voglio” è stato oggetto di desiderio e fonte di ogni dannazione.
Nel corso del XIX secolo proliferano opere incentrate sul matrimonio, un centro di gravità permanente presentato in maniera sempre diversa. Alessandro Manzoni lo percepisce come la vittoria del sentimento, della moralità e dell’umanità sulle crudeltà dei prepotenti, mentre Gustave Flaubert, in Francia, mostrerà tutti i turbamenti che questa mera convenzione sociale comporta, ponendo in luce la possibilità che forse i veri “prepotenti” sono gli stessi valori fondanti della società. Dello stesso avviso sarà anche Lev Tolstoj, detentore di una visione in parte positiva e in parte negativa, incarnazione sia delle fredde e rigide emozioni della Russia ottocentesca, che del caldo e passionale trasporto europeo.
Idee contrastanti portano a riflettere su questo controverso contratto. Il matrimonio, a partire Novecento, diventa pienamente sinonimo di amore e rappresenta una scelta basata sull’unione formale e sul desiderio di vivere una vita in due. Tuttavia, continua a restare uno dei rapporti più complessi dell’universo umano, fatto di alti e bassi che cambiano con l’evolversi della società e delle necessità. In questo scenario, il matrimonio diventa specchio della società e il sentimento potrebbe lacerarsi. Per tali motivi, il magico momento continua a simboleggiare la linea di confine tra un ideale morale e la convenzione sociale, tra l’amore e il tornaconto personale, tra la libertà e la prigione, tra il lieto fine e la disillusione. Quanto tutto questo incide ancora sulla scelta di sposarsi oggi? Le grandi definizioni di matrimonio, provenienti dalla letteratura ottocentesca, continuano a descrivere perfettamente il nostro presente.
In Italia, nel 1827, viene pubblicata la prima edizione dei Promessi Sposi, dove il matrimonio non rappresenta soltanto l’inizio e la fine del romanzo, ma un vero e proprio campo di battaglia tra la morale e il potere, tra la Provvidenza e la cupidigia dell’uomo. In questo manifesto della letteratura italiana, Manzoni descrive l’ultimo sacramento come un diritto naturale e al tempo stesso un traguardo, al quale i protagonisti giungono con estrema fatica. Infatti, il matrimonio rappresenta una consapevolezza raggiunta e più che di lieto fine sarebbe opportuno parlare di «trionfo». Celebri le parole di frate Cristoforo: «Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi ad un’allegrezza raccolta e tranquilla». Se all’inizio del romanzo Renzo e Lucia stanno per sposarsi con la purezza di due giovani amanti, nell’ultimo capitolo pronunciano i giuramenti – dinnanzi allo stesso Don Abbondio – con la consapevolezza di chi ha vissuto tante vite e superato infinite difficoltà. Alessandro Manzoni ci presenta il matrimonio come un’istituzione sacra protetta dalla Provvidenza, ma soprattutto un’unione morale mossa dal casto e limpido sentimento amoroso. È in nome dell’amore che Padre Cristofaro può sciogliere il voto di Lucia dicendo «Amatevi come compagni di viaggio».
Oggi la ricerca di una stabilità esistenziale, la voglia di condurre la propria vita con un partner è sicuramente uno dei motori che porta a pronunciare il fatidico “sì”, ma nella letteratura ottocentesca non basta e quel sì può essere l’inizio di dissidi interiori complessi e travolgenti. Se Manzoni ci ha descritto i “guai” superati dai suoi protagonisti per arrivare all’altare, Gustave Flaubert ci presenta quelli vissuti per uscirne. Amore, provvidenza, morale, sono valori che si scontrano apertamente con l’autore francese e la sua idea di matrimonio. Nel 1856, Flaubert regala ai suoi lettori i pensieri e i tormenti della giovanissima Emma Bovary, spianando la strada alla Anna Karenina di Tolstoj.
In Francia, nel corso dell’800 l’amore si presenta come una storia complicata che difficilmente si sposa con il concetto di matrimonio. È il caso di Emma e Charles Bovary, uniti dal sogno romantico ma separati dall’insoddisfazione e dalla noia della giovane donna. Tale personaggio ha portato alla formulazione del concetto moderno di “bovarismo”, insoddisfazione causata dal profondo divario tra i sogni e la realtà. Emma, nata dalla penna di un autore ottocentesco è già nostra contemporanea, sogna la passione, il desiderio, la felicità descritta nei romanzi che legge; esattamente come accade quando oggi le storie d’amore vengono idealizzate dopo aver visto una buona commedia romantica: l’illusione provoca l’impossibilità di vivere e godere della realtà e del presente stesso; tuttavia, c’è un ultimo desiderio che il bovarismo trascura, l’indipendenza. La Bovary nasconde la voglia di affermarsi in una società che la riconosce solo in quanto donna di qualcuno e tale sogno di autonomia viene definitivamente infranto una volta entrata in casa del marito. Amore e indipendenza sono ambizioni che non trovano sempre spazio nella realtà della provincia francese ottocentesca, e si riversano nell’adulterio, nello sperpero di denaro e infine nell’autodistruzione. Madame Bovary riflette la visione del matrimonio borghese del suo autore, percepito come una trappola che spegne la passione e genera una noia mortale. Come nell’Educazione sentimentale, Flaubert mostra la disillusione che può provare una donna costretta dalla società del tempo a scegliere il marito che più conviene. Come è stato per Marie Arnoux anche Emma si chiede sempre più frequentemente: «Mio Dio, ma perché mi sono sposata?». È infatti la psiche femminile quella che viene esaminata. Per una donna dell’Ottocento il matrimonio rappresenta il massimo dei traguardi sociali, l’unica carriera da poter scalare. Mentre per Charles il contratto matrimoniale indica stabilità, Emma lo percepisce come «una complicata catena che la stringe da tutti i lati» e il boia è proprio l’amore incondizionato di suo marito, il quale non si accorge della sua infelicità finché c’è “il piatto in tavola e i calzini rammendati”. È proprio la «mediocrità della vita domestica» a spingerla verso quei «desideri da adultera». È infatti dinanzi alla disattenzione di Charles e alla totale noncuranza della società – incarnata dal curato che ne ignora le confessioni e i tormenti – che la Bovary si getta tra le braccia del giovane e passionale Leon o del seducente e libertino Rodolphe, il quale è incarnazione di atteggiamenti moralmente discutibili, ma è anche l’unico a comprendere che Emma «senza amore sbadiglia». Passioni fugaci nelle quali la Bovary cerca di affermare la sua esistenza e di imporre la propria scelta, mentre continua a dimenarsi tra i doveri di moglie, di madre e di nuora imposti dal contratto stipulato dinanzi a Dio.
Il matrimonio distrugge le illusioni di Emma Bovary, che passerà gli ultimi attimi a ricercare la freschezza della verginità. L’adulterio rappresenta l’ultimo appiglio per la sopravvivenza. Una tematica che resta terribilmente attuale, aggravata dalla certezza di poter incontrare qualcuno facendo un semplice “match”; tutto questo, in certi casi, rende l’evasione dal quotidiano una tentazione sempre a portata di mano che indebolisce il sacro legame perché non lascia il tempo di riflettere e di sentire. Ovviamente, non sempre l’amore si lascia travolgere dalla noia. Emma Bovary viene divorata dall’ideale infranto, mentre la storia di Anna Karenina parte proprio dalla certezza di una disillusione eterna. Il celebre incipit scritto da Lev Tolstoj: «tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice lo è a modo proprio», riassume il concetto che una buona unione può essere sancita solo e unicamente dall’amore. Nella Russia di Tolstoj, il matrimonio è un vero e proprio tribunale, la società è il suo giudice e l’imputato è il sentimento, processato sull’altare delle apparenze.
Mentre vediamo Emma Bovary spegnersi pagina dopo pagina, svilita tra un amante e l’altro, Anna sembra accendersi man mano che sboccia il suo amore con il giovane Vronskij.
Tolstoj sceglie di rappresentare diversi esempi di sposi: Dolly e Stiva, il cui matrimonio è fondato sulla sopportazione della moglie verso i continui tradimenti del marito; Kitty e Lenin, l’unione ideale, in quanto sorta da un amore giovanile che si prende il suo tempo per giungere ad una fusione spirituale piuttosto che contrattuale. Infine, il matrimonio di Anna con il rigido funzionario Karenin, un vincolo rigido e complesso, manifestazione dell’autorità maschile sulla figura femminile.
Tuttavia, è la scelta di Anna di lasciare il talamo nuziale e dedicarsi ad un desiderio puramente individuale a gravare veramente sul giudizio sociale. L’adulterio veniva segretamente consumato da tutti, ma la violazione delle norme sociali non viene perdonata e spinge lei al suicidio e l’amante alla disperazione.
Oggi, i salotti di San Pietroburgo sono stati sostituiti da post e commenti su una piattaforma social, ma il “tribunale delle apparenze” resta in piedi e lacera la libertà di scegliersi. Tutti questi punti di vista differenti ci permettono di riflettere sull’incessante ricerca d’amore, il «trionfo» di Renzo e Lucia, la disperazione di Emma Bovary e lo stesso suicidio di Anna Karenina. Questa pericolosa ricerca è dovuta a quello che l’amore in realtà rappresenta: la libertà, un privilegio che le coppie del tempo non potevano permettersi. L’Ottocento letterario ci lancia un monito attualissimo: il matrimonio fallisce quando nasce come mera convenzione sociale, quando viene vissuto come un effimero contratto immobiliare.
Sposarsi oggi significa fare una scelta consapevole, volontaria ed emozionante, non dettata dalle convenzioni sociali, ma puramente dalla voglia di giungere al punto più alto della vetta amorosa e formalizzare un sentimento già consacrato dal cuore; significa affermare un diritto pienamente conquistato: la libertà di amarsi. Tuttavia, quante sono ancora le donne, come Emma Bovary, che continuano a sentirsi minacciate dai doveri che il matrimonio comporta? Gli obblighi, i calcoli, l’abitudine, la tentazione di evadere anche per pochi attimi dal nido costruito, sembrerebbero intaccare irrimediabilmente sugli sposi. Tutte queste ansie e questi doveri potrebbero lasciar procrastinare la gioia di quel momento o semplicemente evitarlo. La convinzione di poter divorziare dal funzionario Karenin e iniziare una nuova vita con Vronskij, porta ad interrogarsi sul desiderio che anima la scelta di sposarsi e chiedersi: esistono ancora coppie, come Renzo e Lucia, disposte a superare «i guai», questa volta dell’animo e del quotidiano, per giungere a pronunciare il fatidico “Sì, lo voglio”?