Tutto è politica: il richiamo ad una forte esigenza nel parteggiare

Editoriale di Christian Gargiulo



Fin dal primo editoriale abbiamo manifestato l’intenzione di schierarci apertamente. La domanda legittima che il lettore potrebbe porsi potrebbe è: per chi? Partiamo dal presupposto che l’intenzione non è quella di voler impossessarsi di un’appartenenza circoscritta, poiché la linea editoriale si formaanche attraverso la pluralità di opinioni all’interno della redazione, ed è difficile rappresentare alla perfezione ognuna di esse. Ma ci sono situazioni per le quali è altrettanto impossibile non prender parte ad una causa umanitaria unilateralmente.

Nelle ultime settimane, abbiamo assistito ad alcune dichiarazioni di volti pubblici, la cui condivisibilità delle parole rischia di far decadere il limite per il quale si riesce a tollerare l’opinione altrui.È innegabilmente difficile digerire le parole Erri De Luca – che oltre a dichiararsi sionista, nega l’esistenza del genocidio in Palestina -, poiché certamente si può considerare l’opera di uno scrittore più o meno piacevole, ma non si può condividere la negazione dello sterminio di decine di migliaia di bambini causati dalla volontà del governo di Israele. È difficile non indignarsi non soltanto per la gravità delle affermazioni, ma per la reputazione che si ha nell’esser considerati appartenenti al mondo culturale, dunque anche intellettuale.

Chi ha visibilità non può non schierarsi, ma cosa succede quando ci si schiera dalla parte degli oppressori? Nulla. La differenza la fa chi parteggia per i più deboli, perché se milioni di persone di tutto il mondo scendono in piazza per chiedere di non esser complici di queste ingiustizie, avere un volto noto affiancare chi invece le commette, non accade nient’altro che allinearsi alla posizione dei potenti, e questo non fa rumore, ma crea solo indignazione.

Per questo necessitiamo di megafoni non soltanto capaci di far risuonare l’eco di chi si espone mettendosi fianco a fianco con migliaia di persone per le strade, ma anche per garantire una continuità nel contribuire a far formare una più consapevole presa di coscienza, mantenendo alta la soglia dell’attenzione.

A fronte di questa esigenza, il dispiacere subentra maggiormente quando un’artista che rappresenta la storia della musica italiana e che ha accompagnato attraverso la propria arte intere generazioni per diversi decenni, qual è Francesco De Gregori, afferma di«provare un certo imbarazzo per chi si schiera su questioni internazionali», facendo riferimento anche a Bruce Springsteen, leggenda della musica mondiale, il cui proclamo – non condiviso da De Gregori – ha un carattere universale, dichiarando:«porteremo la speranza al posto della paura, la democrazia al posto dell’autoritarismo e la pace al posto della guerra».

È proprio in questa distanza siderale, tra chi concepisce l’arte come uno strumento di emancipazione collettiva e chi la riduce a un esercizio di stile avulso dal mondo, che si consuma una delle più grandi ipocrisie del nostro tempo. L’imbarazzo di fronte allo schieramento tradisce una visione della cultura come una zona franca, un salotto borghese dove i conflitti reali e il sangue della storia non devono disturbare. Ma l’intellettuale, lo scrittore o l’artista ha storicamente avuto il dovere di essere una spina nel fianco del potere, non il suo rassicurante sottofondo.

Questo pudore nel prendere posizione si traduce, nel dibattito pubblico, nel falso mito dell’equidistanza. Ci viene costantemente chiesto di essere neutrali, di soppesare le complessità fino a paralizzare qualsiasi giudizio etico. Eppure, in scenari di conflitto asimmetrico, dove il divario politico e militare tra chi esercita l’oppressione e chi la subisce è incolmabile, la neutralità è una truffa intellettuale. Rimanere neutrali di fronte a un’ingiustizia, come la storia del Novecento ci ha ampiamente dimostrato, significa di fatto aver già scelto la parte dell’oppressore. Non c’è alcun merito nell’osservare una tragedia umanitaria tenendosi a debita distanza per non sporcarsi la reputazione.

Ecco perché il limite della tolleranza verso le idee altrui si deve infrangere quando l’opinione si fa strumento di mistificazione. Il pluralismo, che è il cuore del nostro progetto editoriale, non può e non deve mai offrire sponde al negazionismo. C’è un confine netto, invalicabile, tra la legittima critica geopolitica e la cancellazione sistematica della realtà dei fatti e delle sofferenze umane. Permettere che il prestigio letterario venga impugnato per sdoganare l’indicibile significa abdicare alla prima regola di chi fa informazione: la fedeltà alla verità materiale.

Di fronte a questo vuoto etico lasciato da chi avrebbe il megafono ma sceglie di spegnerlo, diventa ancora più imperativo e impegnativo il nostro ruolo. Non possiamo limitarci a registrare freddamente gli eventi come notai asettici. Dobbiamo raccogliere la voce di quelle piazze oceaniche che chiedono giustizia e trasformarla in uno strumento di pressione politica costante. L’attivismo dal basso ha bisogno di trovare spazio in un giornalismo che non abbia paura di farsi cinghia di trasmissione verso le istituzioni, portando la voce degli oppressi fin dentro le stanze dove si prendono le decisioni.

Scegliere di non schierarsi è già, di per sé, una precisa e comoda scelta politica. Noi, semplicemente, rifiutiamo di nasconderci dietro l’alibi dell’imparzialità. Scegliamo di parteggiare perché, in un mondo che normalizza il genocidio e l’indifferenza, prendere posizione è l’unico modo per restare umani.