Articolo di Anna Menale
In Italia, prima ancora di discutere di prevenzione e contrasto alla violenza di genere, dovremmo affrontare un problema di fondo: non esiste una banca dati pubblica e aggiornata sui femminicidi. La giornalista Donata Columbro lo spiega con chiarezza nel suo libro Perché contare i femminicidi è un atto politico: senza numeri certi non si può nemmeno comprendere la dimensione reale del fenomeno. Senza dati ufficiali e trasparenti, non sappiamo con precisione quante vittime ci siano, chi siano, che relazione avessero con il loro femminicida, l’età, l’area geografica. Mancano mappature dettagliate e analisi che permettano di comprendere tendenze e dinamiche del femminicidio, mentre osservatori indipendenti come Non una di meno cercano di colmare il vuoto con report e rilevazioni proprie. Questo però non basta: lo Stato italiano non garantisce una mappatura completa e sistematica del fenomeno, e così perdiamo una base fondamentale per affrontarlo in modo efficace.
La mancanza di dati è la perfetta rappresentazione dell’inadeguatezza di chi governa questo paese nel contrasto alla violenza di genere. Senza numeri non si può né analizzare né prevenire in modo efficace il fenomeno.
Eppure ci sono evidenze scientifiche sull’efficacia di approcci preventivi. Organismi internazionali, incluso l’Organizzazione mondiale della sanità, indicano che un’educazione sessuale e affettiva di qualità può contribuire alla prevenzione delle violenze di genere fin dall’adolescenza, aiutando i giovani a sviluppare relazioni rispettose e consapevoli.
In molti Paesi europei programmi strutturati di educazione alle relazioni sono uno strumento riconosciuto di contrasto alle disuguaglianze e alle dinamiche violente, anche se non possono da soli eliminare un problema sociale complesso come la violenza di genere.
E allora, che cosa succede in Italia? In una recente conferenza, la ministra per la Famiglia e le Pari Opportunità, Eugenia Roccella, ha dichiarato che «l’educazione sessuale non fa calare i femminicidi», sostenendo che in Paesi con programmi simili non c’è una correlazione evidente con la diminuzione delle violenze.
Peccato che non sia un dato scientifico, ma un’opinione non fondata sui fatti.
La confusione del governo non si ferma qui. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, intervenendo sulla violenza di genere ha suggerito alle donne di «rifugiarsi nelle chiese e nelle farmacie» come se fosse un invito a cavarsela da sole.
Invece di offrire strumenti concreti alle vittime, si invita implicitamente ad arrangiarsi.
Un esempio doloroso di quanto accade quando lo Stato non interviene con sufficiente efficacia è nel feminicidio di Giulia Cecchettin, uccisa nel 2023 dal suo ex fidanzato Filippo Turetta. Sua sorella Elena commentò che il femminicidio è anche «violenza di Stato», perché è lo Stato che deve tutelare e offrire prevenzione, ma spesso non lo fa. E aveva ragione: purtroppo, l’Italia ha visto continuare casi di femminicidio anche tra giovanissime, come Martina Carbonaro, 14 anni, uccisa da un coetaneo ad Afragola, in provincia di Napoli, a colpi di pietra.
E mentre migliaia di donne subiscono violenza, manca anche il pieno sostegno ai centri antiviolenza, che ogni giorno lavorano per aiutare le vittime a uscire dalle dinamiche di abuso. Queste strutture sono spesso costrette a lavorare con risorse insufficienti.
Mentre la lotta all’ideologia gender viene sbandierata come una priorità, si perde di vista un problema sociale reale, come ci spiega la filosofa e teorica del genere Judith Butler: il panico contro l’«ideologia gender» è spesso un fenomeno culturale e politico che distoglie l’attenzione da questioni concrete legate al rispetto, alla parità e alla protezione dei diritti umani.
Non sempre, poi, nel dibattito pubblico italiano il termine femminicidio è impiegato con rigore. Secondo l’antropologa Marcela Lagarde, pioniera di questo concetto, il femminicidio è «la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione sistemica dei loro diritti umani», che include non solo l’uccisione fisica ma un contesto di disuguaglianze e violenze strutturali.
Peccato che in Italia questo termine non venga sempre riconosciuto, e questo contribuisce a indebolire la consapevolezza pubblica del fenomeno.